giovedì 31 gennaio 2019

C'è bisogno di bellezza!


Quando si viaggia un po', capita di trovarsi a bere qualcosa seduto all'esterno di un bar in una piazza. Magari la piazza non è in ZTL, quindi c'è il rumore del traffico che la attraversa. Magari i bar sono più di uno, ed ognuno di essi offre agli avventori la propria musica. Quindi abbiamo il traffico, le 4 musiche diverse e la gente che parla a voce alta per sovrastare entrambi i rumori. 
Questo mi sembra spesso diventato il mondo dei social, soprattutto negli ultimi mesi. 
Personalmente ho individuato almeno 3 fonti di rumore. 


In primo luogo internet dà la possibilità potenzialmente a tutti di esternare la propria opinione: medicina, chirurgia, ingegneria, economia, diplomazia, costituzione, diritto non sono più materie riservate a medici, chirurghi, ingegneri, giuristi e, tra questi,le situazioni più delicate ai più esperti. Rimasi colpito, anni fa, da un gruppo di commentatrici che attaccavano il fidanzato di una vittima del Bataclan, confutandone la versione riportata dal titolo ANSA “è spirata tra le mie braccia”: oggetto del contendere era “come ha fatto a morire tra le sue braccia, se è stata trovata in un ospedale”. Mi colpì l'assoluta indelicatezza con cui accusavano il fidanzato di raccontare frottole. Nel loro sacro fuoco della verità, non si ponevano il problema che, durante un funerale, non sta bene mettersi a sindacare sul colore dei fiori o sull'omelia. Può sembrare un problema da poco, quando si pensa che nelle facoltà di medicina verranno formati medici seri da medici seri e competenti, e i medici scarsi saranno un errore casuale inevitabile, statisticamente parlando, idem per gli ingegneri e per gli avvocati. Eppure sconcerta pensare come certe parole perdano di significato, o vengano sdoganate nei contesti più dannosi proprio perchè le persone non sanno usarle correttamente, o non sanno dosarle. Da qui la mancata distinzione tra migrante e clandestino, o una distinzione totalmente arbitraria. Ecco quindi che un politico che compie una determinata azione di protesta o di garanzia dei diritti umani diventa un “traditore della patria” perchè in quel determinato momento si occupa di uno straniero sul suolo italiano e non degli italiani in difficoltà. Tutto questo senza pensare a quali pulsioni possa scatenare la parola “traditore” in un paese e in una società che da tempo è in cerca di un'identità e difficilmente è disposta a cambiare il paradigma della propria esistenza ferocemente individualista.

Da questa prima fonte di rumore, scaturisce la seconda: la perdita del comune senso del pudore riguardo la propria ignoranza (non so, dunque mi fido di chi ne sa di più) porta a sentirsi onnipotenti, come un adolescente che inizia a sentirsi grande, fa pensieri profondi ma ancora fa le superiori e la sua massima idea di indipendenza è la patente A1. Complice il non vedere fisicamente l'interlocutore, si arriva a livelli di inciviltà che a volte fatico ad accettare. 
Solo questa mattina mi sono imbattuto in un tizio che ci accusava, “soprattutto le donne” di stare sotto il suo commento a “vomitare empatia”. La cosa preoccupante è che si vantava di essere laureato: questo tipo di commenti è per me la dimostrazione del fallimento dell'università, della società e secondo alcuni, pure dell'evoluzione. Secondo alcuni studiosi, infatti, narcisisti e sociopatici (privi di empatia per definizione) servono alla conservazione della specie. 
Un altro, sotto ad un post che descriveva la vicenda di un giovane studente suicidatosi per essere stato espulso dal paese, recitava “se si è suicidato è solo colpa sua”.

Questo per non accennare ai commenti che parlano di giovani palestrati anche di fronte alle storie di madri e bambini, di fotomontaggi davanti alle foto di bambini morti, di “cibo sano” a riguardo di 4 crocchette di pesce e due piselli lessi, di “stanno bene al caldo” a fronte di decine di persone ammassate sul ponte di una nave in pieno inverno. Mi domando se queste affermazioni derivino da una ferma volontà di negare una realtà che fa male e fa sentire in colpa, o da semplice ignoranza e incapacità di osservazione.

A tutto questo si aggiungono le bufale, sinonimo italiano di fake news: a volte hanno un chiaro intento scherzoso: foto di Spike Lee, Samuel L. Jackson, Pietro Pacciani con commenti che invitano alla condivisione denunciando scandali e facendoli passare per poveri pensionati o artigiani vessati, o personaggi già morti (Kurt Kobain, Jim Morrison) che annunciano azioni di protesta contro il governo; a volte sono foto palesemente false, come quella che ritrae un campo profughi in Libano coperto di neve, e la denuncia che il governo (o più spesso il PD) non fa nulla per le zone terremotate (sulla differenza tra le colpe del PD reali e le colpe del PD percepite farò un post a parte, promesso); altre volte sono notizie completamente false e diffamatorie: la sorella di Laura Boldrini -morta anni fa- che gestisce 400 cooperative per clandestini; la cognata del cugino di Renzi che viene assunta come portaborse a 12.000 euro al mese. È chiaro che nessuno di questi sa come funzionano queste cooperative, o qual è il ruolo e il costo di un portaborse, eppure ci si sente in dovere - diritto di dire la propria su ogni chiacchiera di corridoio che si intercetta. 

Queste prime due fonti di rumore sono accomunate da una caratteristica: un lessico poverissimo e una capacità di argomentare ancora più povera: fotomontaggio, rosicare, pidiota, buonista, radical chic, Rolex, clandestini...

Per inciso, non volevo parlare di immigrati, ma sono lo specchio più evidente della situazione in cui ci troviamo. C'è da dire anche che sono degli anni che alcuni tg martellano subdolamente sul problema sicurezza, con dovizia di particolari su furti, omicidi, attentati, disastri naturali, scenari futuri preoccupanti. Magari subito uno non se ne accorge, il prodotto è confezionato in modo accattivante dopo un gioco a premi divertente e giorno dopo giorno il malcapitato spettatore si crede immerso in un mondo orribile, popolato solo di ladri, truffatori, gente spietata e inefficienze.


Infine, c'è la parte “buona”. Quella a cui piace ragionare. Quella che in politica si situerebbe nel settore dei progressisti. Quella che si lacera dall'interno a forza di confrontarsi tra colleghi. Quella che ora è in minoranza, o forse no. Quella che secondo me è in maggioranza ma non riesce ad unirsi. 
Ecco, per tentare di unirsi si potrebbe iniziare a fare una cosa: evitare di scendere nel loro campo. Chi vota gli avversari non è “ritardato”, “mongoloide” o “minus habens”. È incazzato con te, caro medioprogressista, perchè segui le politiche dei conservatori sperando nell'elemosina di qualche voto dai vicini di casa. E attaccandolo con la tua frustrazione a suon di insulti lo convinci di essere nel giusto, causando da solo la prossima catena con una foto di un Balotelli clandestino che se la spassa in hotel e si lamenta per il wi-fi.