Ogni anno, al principio dell’avvento, mi immagino il meme con un tizio annoiato e la didascalia: “la tua faccia quando si avvicina Natale, e tu leggi l’ennesimo appello a non tagliare abeti”.
Eppure non c’è cosa che, in tempo di Natale, avvampi gli animi come questi appelli ad evitare deforestazioni e perdite di suolo che... non ci sono.
Sarebbe interessante verificare se il sentire comune verso la “strage di alberi” sia effettivamente retaggio dell’ancestrale legame uomo-natura, o non sia piuttosto il frutto di campagne contro un non meglio specificato “disboscamento”, mirate, più che ad una campagna di sensibilizzazione sull’utilità del patrimonio forestale, a far presa sull’emotività del target con immagini di indigeni e fauna sofferenti in amazzonia, aree disboscate selvaggiamente ove l’illegalità è diffusa, o addirittura tagli a raso in boschi cedui (laddove il taglio raso è una normale ed ancestrale pratica selvicolturale), o immagini di foreste attraversate dal fuoco: tutte queste immagini, pur da condannare per chiunque sia dotato di un minimo di buonsenso, hanno il difetto che sensibilizzano sui problemi del settore, ma non illuminano sulla corretta gestione del settore stesso. È lo stesso discorso che sta alla base di gran parte dell’opposizione alla caccia: se è vero che spesso molti cacciatori commettono delle violazioni alla normativa con qualche capo abbattuto di frodo, è pur vero che tra l’avere nel piatto un cervo o un filetto di manzo, sempre di un animale morto si tratta: si tratta di domandarsi se faccia più danni l’allevamento intensivo o la caccia, e quale dei due animali soffra meno. A meno che il critico non sia vegano.
L’albero di natale da dove viene?
Si tratta di una tradizione che trae origine dagli antichi culti pagani: nei giorni più corti dell’anno si usava esorcizzare la paura che le tenebre sarebbero durate per sempre, e che il sole non sarebbe “ri-sorto” accendendo luci e luminarie e addobbando gli alberi con dolciumi e alimenti. Con l’avvento del cristianesimo la tradizione è rimasta, affiancata alla rappresentazione della nascita del Messia.
Fino a poche decine di anni fa, poco prima dell’Avvento, uno degli uomini di casa se ne andava per i boschi con la sega e l’accetta, trovava un albero giusto, lo segava e lo portava a casa assieme ad un po’ di vischio, pianta parassita di pini e querce, considerata di buon auspicio per il nuovo anno. Con i giusti accorgimenti lo si poteva riutilizzare per qualche anno, inverno dopo inverno. Ricordo che quando arrivava il momento, mio papà andava a prenderlo direttamente alla caserma della forestale per pochi soldi. Questi abeti (sia quelli del bisnonno che quelli di mio padre, che quelli comprati oggi) incidevano o incidono sulla deforestazione in italia? No, e non perché se ne taglino pochi: gli abeti tagliati che si utilizzano come alberi di Natale sono frutto o di diradamento, o di coltivazione.
Il diradamento è un’operazione silvicolturale per cui le piante vengono selezionate al fine di favorire quelle che daranno un legno di qualità maggiore. Dunque sono alberi che finirebbero comunque bruciati in un caminetto, in una stufa o in una caldaia.
Esistono, altresì, coltivazioni di alberi (Picea abies e Abies alba per quanto riguarda le varietà diffuse naturalmente sul territorio italiano, Picea pungens, Abies normanniana e altre per quanto riguarda le varietà provenienti dall’estero o cultivar ornamentali) che, al pari di una coltivazione di mais o di tulipani, al termine del ciclo produttivo di 5 o 6 anni o più, danno come prodotto un alberello da tagliare e decorare a piacere. Dunque un albero di natale reciso in casa non sarebbe molto diverso da un mazzo di fiori o da un pacco di polenta. Il problema riguarderà, in qualche caso, lo smaltimento, ma questa parte verrà trattata dopo.
E gli alberi di Natale come quelli delle grandi città, alti decine di metri?
Nulla di molto diverso rispetto a quelli diradati. A volte gli stessi alberi frutto di diradamento sono alti una decina di metri o più (sono cose che ho studiato molti anni fa e fatico a ricordare, se scrivo qualche stupidaggine segnalatemelo), oppure si tratta di alberi che verrebbero tagliati di lì a poco per le raggiunte dimensioni di utilizzo / scadenza del turno.
Si può forse questionare per il fatto che piuttosto di tagliare un albero per coprirlo di luci e palline è meglio tagliarlo per farci travi e mobilio di pregio… ma chi ci assicura che il legno dell’albero non sia della qualità giusta per… bruciare e basta? O non venga utilizzato per farci tovaglioli?
Quale soluzione è la più ecologica?
Se è vero che in un condominio in centro a Milano l’albero di Natale tagliato difficilmente si riesce a conservare per gli anni successivi, è anche vero che l’albero di plastica, pur essendo riutilizzabile teoricamente all’infinito (il mio ha 25 anni), viene prodotto con materiali (petrolio, ferro) molto più inquinanti di una motosega. Conviene quindi prendere l’albero di plastica solo qualora ci si impegni ad usarlo per almeno una trentina d’anni, anche se con il tempo si spelacchia un po’.
Un albero di Natale reciso, tuttavia, presenta il problema dello smaltimento: chi non possiede un caminetto o che come me è privo di doti artistiche, rischia di dover buttare nello sfalcio un sacco di legna buona da ardere o lavorare. Legna che quindi finirà alla meglio in un impianto di compostaggio, alla peggio in una discarica o in inceneritore.
Resta una terza alternativa, l’albero vivo in vaso: in questo caso dobbiamo impegnarci ad apprendere l’arte del Bonsai, o ad andare a piantarlo in un bosco alpino in aprile o maggio, una volta passato il rischio gelate, possibilmente al limitare del bosco o in una radura. Resta sempre valida l’opzione ornamentale nel giardino di casa, se ne possediamo uno, ma si rischia, dopo poche decine di anni, di trovarsi con un bestione di 20 metri che toglie luce alla casa, spesso fuori areale e quindi un po’ sofferente.
In una civiltà basata principalmente sui consumi -qual è la nostra- anche una cosa banale quale l’utilizzo di un albero per ravvivare le tradizioni natalizie dovrebbe essere ponderata attentamente, senza tuttavia farsi prendere da ansie eccessive sul futuro del pianeta o da troppi sensi di colpa sul diritto ad esistere dell’albero come soggetto portatore di diritti: problemi che si fanno in pochi quando si tratta di travi o mobilio.
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| Foto tratta da http://www.avvenire.it |


