martedì 27 novembre 2018

Sotto stretta osservazione: critica ragionata ad Alessandro Di Battista.*

Quando in prima media mi confrontai per la prima volta con il tema d’italiano, la valutazione fu “appena appena sufficiente”. Proprio così, “appena appena”. Non riuscivo a spiegarmi il perché: avevo scritto tanto, tante cose e senza troppi scarabocchi sul foglio. Mi venne spiegato (da prof, mamma e zia) che non basta scrivere tanto: bisogna spiegare ciò che si scrive, o lo scritto resta una casa senza fondamenta, costruita per aria.
Da allora in avanti questo insegnamento fu un caposaldo del mio scrivere. Non basta scrivere “non frequento il circolo Sigismondo Aristidi perché gira brutta gente”, devo scrivere cosa si fa al circolo, e perché la “gente” è “brutta”. La professoressa suscitava terrore nella classe, in molti ancora oggi si rabbuiano nel ricordarla. Per quanto mi riguarda, le sarò sempre grato per avermi insegnato a scrivere bene. 
Più avanti, all’università, il prof. Davide Matteo Pettenella apriva ogni capitolo delle sue dispense di estimo con una citazione storica: “Un insieme di dati non fanno una ricerca così come un mucchio di pietre non fanno una casa”; “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Un capitolo particolarmente ostico iniziava con un incoraggiante “Non comprenderai esaurientemente un concetto fino a che non sarai in grado di spiegarlo a tua nonna”: seconda massima fatta mia. 

Credo di scrivere bene. Almeno, credo di scrivere meglio di tanta gente pagata per farlo. Soprattutto, mi impegno ogni volta a non scrivere insulti, frecciatine, ad evitare i paroloni altisonanti. 
Mentre iniziavo a raccogliere qualche dato e facevo qualche osservazione, incappavo in questo articolo di forbes: https://forbes.it/2018/07/02/te-la-do-io-la-silicon-valley-perche-leggere-i-reportage-di-di-battista/


“A un certo punto Di Battista scrive: “[C]’è anche molta disperazione e questa ti spinge o a non accettare aiuti o a utilizzarli per la droga. Nel Tenderloin c’è chi baratta i generi alimentari ottenuti grazie al governo con un po’ di metanfetamina. E c’è chi preferisce dormire in strada, pur avendo i dollari necessari per un tetto, per potersi fare ancor di più”. “Ma anche questa è un’opinione”, dice Paura, che da cinque anni lavora negli Stati Uniti. “Non ci sono dati, fatti, elementi per sostenere un pensiero così banale sul tema della droga e sull’emergenza abitativa di San Francisco”.

“È un miracolato, Di Battista? Oppure sa approfittare di standard giornalistici che consentono a firme molto più di lungo corso della sua di superare impuniti la vergogna del plagio; di coccolare il proprio pubblico unicamente a base di tweet al vetriolo, e a testate celebrate di sgraffignare i contenuti dalla Rete e spacciarli come propri, coprire gaffe e strafalcioni con l’oblio, di non ammettere gli sbagli di fronte ai lettori, e soprattutto di dare credito e spazio infinito a una serie di firme che hanno perso di vista la realtà?”


Alessandro Di Battista, volevo scrivere a lui. Della sua violenza e del suo niente. Il primo tentativo è naufragato conto la consapevolezza che contro gli insulti l’unica risposta è il silenzio. Ma non era solo quello ad allarmarmi. 
Il M5S l’ho frequentato per qualche tempo, abbandonato in fretta dopo lo streaming con Bersani nel 2013. 
Di Battista lo conobbi poco dopo, quando toccò a lui divenire capogruppo, e subito mi diede l’impressione di essere un agitatore. Nell’arco di pochi giorni presentò l’impeachment per Napolitano, occupò i banchi del governo, riuscì a far passare per inaudita violenza di carattere sessista uno spintone ad una collega, i suoi interventi erano principalmente sceneggiate a favore delle telecamere. Nulla di nuovo sotto il sole, per carità…

A ridosso delle ultime elezioni annunciò convintamene che non si sarebbe ricandidato per andare in sudamerica. Ingenuamente pensai “chissà che io possa leggere qualcosa di interessante dai suoi reportage”. 
Qualcosa di interessante. E qui arriva la vera e propria nausea di un metodo, il metodo Grillo, che veramente salta all’occhio di chi ha un po’ di dimestichezza sia con lo scetticismo, sia con la scrittura. L’articolo di Forbes citato sopra mi ha aiutato a fare un po’ di ordine tra reportage, video reportage, videomessaggi, dirette e post, e darmi una pista che avevo colto ma non definito. 
I reportage, ne ho letti 4 su 5, tutti uguali, cambia solo l’ambiente. Non c’è un riferimento alla cultura che sta dietro all’EZLN, così come dietro alla Santa Muerte; non c’è un numero, un dato, una percentuale riportata da un dato bibliografico. Soprattutto è inquietante che nei suoi reportage non ci sia un nome, una storia, una stretta di mano. 


““Il primo ad avermi deportato è stato Obama. Poi anche Trump due mesi fa. Ora aspetto il momento giusto per saltare un’altra volta. Dall’altra parte ho il mio lavoro e la mia famiglia, non mi importa nulla del muro”. 
È quel che mi ha detto un uomo in un hotel per migranti a Mexicali, la capitale dello Stato messicano della Bassa California.”


Che lavoro faceva l’uomo senza nome e senza volto? Quanti anni aveva? Da cosa fuggiva? Non è dato saperlo. Come non è dato sapere nessuna delle fonti da cui trae i pochi dati presenti nei pezzi. Non racconta nemmeno storie, semplicemente racconta quello che vede corredandolo di qualche ricerca (parziale) su Wikipedia. Forse per sottolineare la certezza del passato e la precarietà del presente. Eppure credo che la speranza nel nuovo e nel cambiamento che lui vaticina si costruisca a partire da basi differenti.
In contemporanea ai reportage, escono dei videomessaggi e delle dirette: ne ho visto un paio. Nel primo un Dibattista sorridente e ostentante stanchezza risponde ai followers con la consorte al suo fianco. Tra una battuta e l’altra, ci tiene ad insultare “bonariamente” Emiliano, colpevole di far parte del PD. Di questo primo video mi hanno colpito l’assoluta vacuità degli argomenti trattati, dal fatto che uno deve tenere il bambino mentre l’altro fa la doccia, ai giochi con cui gioca il bambino. Tutti e due ostentano serenità e maglietta bianca vagamente inquietante. Una padella in primo piano sulla tavola rende il tutto molto casalingo e familiare. Quando lui lancia un proclama, lei annuisce. Quando lei parla, lui ha la faccia stanca. 
Un secondo video prende avvio da una campagna di informazione verso di lui, un volantino in cui in lingua spagnola si avverte di “non dare ospitalità a questa persona, si finge cooperante ma è un attivista di estrema destra”. E di nuovo una salva di insulti verso la sinistra e un non meglio precisato “articolo di Repubblica”: frattaglie della sinistra, e lo dice pure “con tristezza”.
I commenti a questi documenti sembrano scritti con un calco cui vengono sostituite di volta in volta le parole: Grande Dibba, volevo sentirtelo dire!, Torna in Italia, abbiamo bisogno di te!. Il dubbio sui bot qualche volta è legittimato. 
I pochi commenti che dissentono, anche espressi in tono civile, vengono annichiliti con risposte del calibro “vi rode”, “vi estinguerete”, “io non sono grillino, ma mi piace vedervi soffrire e annaspare”. 
Infine, i post: basta leggere qualche messaggio e vedere qualche video per scoprire che da furbacchione qual è, l’ex deputato se li impara a memoria e li ripete nei videomessaggi. “Il fascismo in Putin che non è fascismo, il fascismo che non è nelle bottiglie di vino nominato “il balilla”, “figlio della lupa”, “avanguardista”, il fascismo che è solo un’ossessione della sinistra morente”. Nessun richiamo alla Resistenza, nessun richiamo alla condivisione con cui è stata promulgata in Italia la Costituzione Repubblicana.
Ho avuto addirittura l’impressione che certi termini siano volutamente “sbagliati” per andare incontro all’elettorato e sembrare “uno di noi”. O forse i suoi testi sono scritti dallo stesso personal coach. Mi colpì un post di Grillo in cui -reduce da una campagna elettorale in Sicilia- scriveva “ho ingoiato arancini per un mese”: perché proprio “ho ingoiato” e non “mi sono abbuffato”, o “ho avuto modo di apprezzare gli arancini, anche troppo!”. No, proprio “ho ingoiato”, che denota mancanza di gratitudine ed apprezzamento. 
Si può facilmente immaginare che per chi segue assiduamente il personaggio proclami, slogan e reportage (che alla fine dei conti non sono altro che proclami travestiti) difficilmente vengono distinti, ma finiscono in un unico calderone da sbattere in faccia a quella parte di società che prova ad argomentare. 

Renzi si è messo da solo in una situazione politica indifendibile, ma quando parla di “resistenza civile” andrebbe quanto meno ascoltato. Andrebbe ascoltato anche e soprattutto da quei giornalisti che, dopo essersi presi delle “puttane” e dei “pennivendoli”, anziché proclamare uno sciopero ad oltranza fino alle scuse ufficiali degli interessati, rispondono scompostamente con altri insulti o ne chiedono giustificazione ad esponenti del governo che fino a ieri sedevano a Montecitorio gomito a gomito con Di Battista. Ed offrono il fianco ad altre critiche, lasciando a Di Battista onori (tanti) ed oneri (molti meno) delle proprie esternazioni. Che però galvanizzano un elettorato sempre più entusiasta delle parolacce e sempre più inconsapevole di cosa significhino democrazia e confronto. 







*Per quanto possa essere possibile entrare nel merito del nulla.

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