Può essere che il buon Dio si dimentichi di un posto isolato e difficile, unicamente perchè qualcuno possa ricordarsene e farne un luogo "baciato dalla provvidenza"?
Mentre scrivo queste righe -settembre 2012- sono in Ecuador, arrivato l'anno scorso con un progetto di volontariato. Sono appena rientrato nella città di Macas dopo essere andato a andare a trovare un mio concittadino, missionario salesiano da 59 anni. Sapevo che aveva imparato l'Achuara e codificato l'alfabeto, che aveva combattuto con le autorità peruviane per avere un'educazione bilingue. Sapevo che era riuscito a tradurre il Nuovo Testamento, lavoro che poi è servito anche ai cristiani di confessione evangelica. Ma non sapevo fino a che punto si fosse spinto in questa opera di salvaguardia della cultura e della lingua Achuar.
Nato a Schio -VI- nel 1932, a 21 anni parte per l'Ecuador, viene ordinato sacerdote in Colombia nel 1953 ed inizia così la sua missione, prima in Ecuador e poi in Perù.
Così, senza sapere bene il perchè, il 30 luglio sono partito da Macas, direzione Wasak'entsa, missione salesiana a mezz'ora di aeroplano, Lunedì. Il sabato riesco a mettermi in contatto, via VHF, con Yankuam: il nome indigeno lo ha scelto in contrapposizione alla contaminazione della lingua e della cultura. Nella settimana seguente non ho fatto altro che camminare per raggiungerlo. Il 14 agosto arrivo finalmente all'incontro tanto atteso: è in corso una riunione di indigeni con un funzionario di un'organizzazione che ha in progetto la promozione di una selvicoltura più sostenibile, compatibile con l'estrazione di beni di consumo e allevamento. Ad un certo punto il relatore se ne esce con un "cincuenta por cincuenta". Al che domando al Padre "ma non hanno i numeri?" Lui interrompe prontamente la riunione per riprendere -bonariamente- il relatore, spiegandogli che i numeri sono stati inventati in epoca recente in lingua achuar, facendo riferimento al numero delle ossa di alcuni pesci, o alle foglie di alcuni alberi.
Il giorno dopo, in ora antelucana, c'è la messa: siamo davanti ad un capolavoro di spiritualità e cultura. Per celebrare il rito i missionari locali si mettono l'Itip, tipica gonna maschile, si cingono il capo con una corona di piume di tucano, si dipingono il volto come gli indigeni... tutte usanze che, senza una guida forte che si preoccupi di mantenerle vive, si sarebbero semplicemente perse.
Il rito eucaristico, se celebrato tale e quale è fuori dalla selva, non troverebbe un significato preciso. Darsi la mano, o flagellarsi il petto con il pugno sono segni che hanno un senso nella culla del cristianesimo, l'Europa: ecco quindi il bere tutti assieme da un'unica ciotola la loro bevanda come "segno di pace", o lavarsi le mani per chiedere il perdono all'inizio della liturgia. Ogni benedizione è accompagnata dal tipico soffio che dà forza; l'assoluzione è un "aspirare e sputare via, lontano" il male. Dio prende il nome della loro antica divinità, Arutam, e presiede anche gli ancestrali riti dell'ayahuasca e del tabacco, atti in cui il potere allucinogeno di queste piante -sacre e magiche- aiuta, come viaggio iniziatico, a prendere decisioni importanti. Potrei continuare a lungo con aneddoti del genere.
Nei lunghi momenti che ho avuto per parlare con Yankuam, ho scoperto che è stato fatto un grandissimo lavoro per evitare che l'impatto della fede cattolica fosse lo stesso, troppo spesso disastroso, che nel corso della storia hanno avuto le missioni cristiane.
Ci si può domandare se "contaminare" questa cultura con il cristianesimo sia stato un bene o un male: Yankuam non ha fatto altro che applicare uno dei precetti del Vangelo, "Andate e predicate" avendo in questo la sensibilità di non imporre riti, simboli ed archetipi che i locali non avrebbero potuto capire. Gli Achuar non si danno la mano, per questo la pace è un "incontro collettivo" con le donne che offrono le coppe di questa "birra" di manioca.
Questo popolo non ha dei capi, ad eccezione delle varie comunità, e queste sono più di 200. La presenza di una guida, anche e soprattutto morale e spirituale, che dia memoria storica delle tradizioni e della lingua, è stata determinante per non ridurre la società del popolo Achuar ad un'estensione della società "non indigena" al di fuori della selva amazzonica.
Imprese di estrazione (legname, petrolio e non solo) e maggior facilità di spostamento hanno sconvolto nell'arco di pochi decenni usanze, lingua e tradizioni ancestrali di questo popolo, che alle tre di mattina si sveglia per bere del tè e... vomitarlo. Del resto, con una certa logica, come ci si lava la faccia ci si può anche lavare lo stomaco. In un mese a contatto con questo popolo non ho mai visto una danza tipica, le feste sono animate dalle noiose nenie di musica nazionale in lingua spagnola. Una comunità mi ha chiesto aiuto per "due altoparlanti marca Sony, una console e un generatore" per le feste rituali. Inutile dire che ho accettato la lettera ma non darò seguito alla richiesta.
Si può forse sperare ed immaginare che, con la minaccia di una scomparsa sicura e definitiva, qualche indigeno di larghe vedute decida di curiosare in quella bisaccia sapientemente cucita da Yankuam, con tutta la storia e le tradizioni del popolo Achuar, le cui cuciture e cerniere sono il suo impegno di missionario e la sensibilità davanti alle culture e alle lingue.
Davanti all'umanità intera, saprà dimostrare che se si perdono gli Achuar, non si perdono solo quei peruviani originali che vivono isolati nelle capanne nel bosco dipingendosi la faccia con l'achote vomitando ogni mattina il tè di wayussa, ma tutto un mondo fatto di cultura, lingua e artigianato.
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| Foto tratta da https://associazionepadresilviobroseghini.files.wordpress.com/ |
*Padre Luigi Bolla è stato colpito da ischemia il 7 gennaio 2013 ed è spirato il 6 febbraio dello stesso anno nell'ospedale in cui era stato ricoverato a Lima (Perù).

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